Balli

BAL DE L'OMBRÈA
Il tempo è come una ruota che scorre ininterrottamente alla quale tutti si attaccano. È questo il tema del ballo, una mazurca in cui la ruota del tempo viene rappresentata da un grande variopinto ombrello fatto girare da una giovane ragazza e alle cui estremità i ballerini, danzandoci attorno, cercano di rimanere aggrappati.
Pur non richiamando coreografie originali questa danza è stata spesso premiata da pubblico e giurie per la sua fresca spontaneità.
BAL DEA MADASSA
Tra le attività svolte dalle famiglie riunite in stalla per il filò, vi era quella di “far zò la matassa” per “far su el gèmo” ovvero trasformare le matasse di lana in gomitoli da usare nel lavoro a maglia. Provvedevano generalmente le donne, ma l’incarico di reggere la matassa veniva spesso e volentieri affidato ai pretendenti delle ragazze, per evitare che le loro mani nella penombra della stalla potessero scivolare furtive nell’intimità delle morose...
Da questo quadretto di vita prende spunto la vivace danza, costruita sul ritmo di una polka.

BAL DEA PRIMAVERA
È il periodo dell’anno più atteso, in cui la natura dà il meglio di sé facendo fiorire e germogliare piante che ormai sembravano morte. Tutto questo trionfo di profumi e colori fa sì che anche gli uomini si sentano più gioiosi, vivi, pronti a festeggiare. È in occasione di una grande festa di piazza che si balla, si canta, si suona, e i ragazzi fanno a gara nel cercare i fiori più profumati da offrire alla ragazze invitandole al ballo... al limitare del bosco, attratta da tutto quell’allegro vociare, una figura spia i giochi e le danze (altri non era che “l’om selvarech” , l’uomo selvatico). Incantato da quel frastuono si avvicina alla piazza e si unisce al gruppo danzante, cercando di imitarli con sue caratteristiche buffe movenze. Dopo un comprensibile iniziale spavento la gente capisce che quell’essere vestito di foglie e corteccia, che agita continuamente un ramoscello di betulla, non è per nulla malvagio (raccontavano i boscaioli durante i filò invernali di averlo spesso incontrato e assicuravano la sua bonarietà) e si comincia a ballare imitando il suo passo dondolante.
CIRIBIRIBIN
È questo uno dei primi balli messi in repertorio dal gruppo. Ideato sulle ali di un vecchio valzer italiano, mostra tipiche scene di corteggiamento e baruffa tra ragazzi e ragazze.

DE SABO DE SERA
Terminati i lavori della settimana, amici e familiari si radunavano nell’aia dei contadini o nella piazzetta del paese, mentre ancora non erano stati deposti gli attrezzi dei vari mestieri, zoccoli, cesti, bastoni...
Nella cordiale atmosfera del filò rivivono i gesti e i canti della settimana, le scene quotidiane delle piccole baruffe e delle schermaglie amorose.
EL PANEVIN
La sera della vigilia d’Epifania nelle campagne trevigiane si usa ancora oggi accendere un falò preparato nei giorni precedenti con gli sterpi dei campi. A seconda della direzione che il vento imprimeva alle faville i contadini traevano pronostici per i raccolti dell’anno appena iniziato. Questa tradizione di festa e augurio, chiamata appunto “panevin” dai prodotti più rappresentativi dell’agricoltura, ha ispirato la coreografia dell’allegro ballo, sulle note di una polka.

EL PEARIN
La coreografia della danza rivela forme insistenti di corteggiamento, tanto da dare al ballo il nome di “pearin” (pepato), si può infatti pensare che, nei rari momenti in cui le giovani ragazze sfuggivano all’attento occhio vigile delle loro madri, tra le ampie gonne qualche volta ci scappasse un pizzicotto. La forma d’approccio rappresentata ha tutto l’aspetto di un gioco collettivo, d’altra parte irrompe nella danza anche il grido “momola”, che ricorda un antico gioco di piazza dai contatti molto ravvicinati.
LA MARIONETA
Capita talvolta di imbattersi in strani personaggi inopportuni, invadenti e maldestri, che cercano in tutti i modi di intrufolarsi dove non sono né richiesti né graditi. In questa danza il baldo giovanotto, che goffamente cerca di inserirsi nel complesso, riesce alla fine a spuntarla, conquistando la bella del paese.
MANFRINA
Manfrina, monfrina, molfrina… diversi termini sono usati nell’Italia settentrionale per indicare questa danza che appartiene alla categoria dei balli parlati, figurati e danzati. Dall’etimologia sembrerebbe derivare dalla “monferrina”, ballo piemontese, ma altre ipotesi possono portare a interpretazioni differenti.
Nella zona del Polesine questa danza era conosciuta come Manfrina Polaca e sembrerebbe essere stata importata nel XIX secolo da commercianti e marinai che navigavano e trafficavano fra le rive opposte dell’Adriatico. Era comunque una danza diffusa anche su tutto l’arco alpino e la pianura padana, una tra le più amate e richieste nelle feste.
Sul ritmo di un valzer cadenzato avviene un dialogo all’interno della coppia:
Donna: "si stà ti!" (sei stato tu!)
Uomo: "so’ stà mi?" (sono stato io?)
Donna: "che busier che te si’!" (che bugiardo che sei!)
Insieme: "proprio ti, te m’ha pestà" (proprio tu, mi hai pestato)
Insieme: "e co’ ti no’ voj balar!" (e con te non voglio ballare!)
Più che un dialogo è un contrasto provocato da una pestata ricevuta. La ballerina volta le spalle al proprio partner continuando a ballare da sola per poi ritrovarsi abbracciata a lui per dimenticare il malumore e riprendere insieme.
MAZURCA CONTADINA
La mazurca, così come la polka, è una danza di origine polacca risalente al XVI secolo, ma nel nostro Paese si è così radicata da diventare patrimonio nazionale. Il ballo in questione evoca le schermaglie amorose che caratterizzavano il gioco di coppia tra i giovani. Alle provocazioni maschili fa eco il disdegno delle ragazze, cui segue la minaccia di abbandono da parte dei giovani subito rincorsi dalle loro “morose” che, nel timore di perdere l’occasione, vanno a ricomporre il giro delle coppie.
ME PIASE I BIGOI
La canzone che ispira la danza costituisce una buffa parodia delle tradizionali forme di Jodler provenienti dall’Austria, alla quale la musica popolare trevigiana deve molti suggerimenti e ispirazioni. Naturalmente i “bigoi”, cioè gli spaghetti “co’ la lugànega” (la salsiccia), sono solo un pretesto per corteggiare la giovane Marieta. La canzone però durante il ballo non viene cantata, salvando così l’illibatezza della ragazza dalle audacie dei doppi sensi...
SQUADRIGLIA (QUADRIGLIA CONTADINA)
Già dal titolo si può capire l’intento giocoso del ballo, reso evidente dalle ricercate deformazioni musicali e dai goffi movimenti. La quadriglia era infatti la più diffusa danza nobiliare ottocentesca durante la dominazione austro-ungarica del Veneto. I contadini nei momenti di ritrovo cercavano a modo loro di imitare le aristocratiche movenze.
TARATANTEA
La musica su cui si fonda la coreografia non è veneta, ma proveniente dal centro Italia, e si compone sui tempi dell’allegra tarantella.
Se questa leggenda corrisponda o meno al vero non si sa, ma si racconta che il Conte Tita Rinaldi (1768-1865), buontempone inesauribile e raffinato, “non disdegnasse di ballare con una prosperosa campagnola la tarantea”.